“[ …..] documenta la discussione, allora generata dalla mostra, sull’opportunità di portare la moda dentro un museo d’arte. Un gesto di oggi che diventa occasione per riflettere, una volta ancora, sui problemi irrisolti della museologia della moda in Italia.” Maria Luisa Frisa

Fendi alla Gnam di Roma

Karl Lagerfeld The Kaiser of Fashion

Ma andiamo per ordine. Nel 2019 è mancato il grande artefice e protagonista di questa mostra, forse uno dei più enigmatici tra i couturier che hanno fatto grande la moda degli anni d’oro ovvero Karl Lagerfeld a cui la mostra era dedicata e continua ad esserlo in questa nuova proposizione. 

Lagerfeld vanta alcuni record come quello di aver collaborato per più di cinquant’anni con la casa romana, ma in contemporanea aver seguito la direzione creativa di altri due marchi storici come Chloè e Chanel. Oltre che al suo brand eponimo. Una sorta di multipotenziale della moda il cui talento gli ha permesso un’indipendenza e un’ubiquità ai giorni nostri impossibili. 

Come suggerisce la curatrice:

“Riattivarla non significa riproporla: vuol dire reimmetterla nell’oggi e riconsiderarla con occhi diversi, creando nuovi significati» 

Ecco nuovi significati. E’ in questa prospettiva che la mostra acquisisce forza e potenza e trova la sua collocazione in quel filone di mostre che, grazie alla traslazione semantica degli abiti dalle vetrine ai museo, portano nuovi significati. 

Non sempre succede, nel senso che non basta portare gli abiti nei musei. Nel 1985 era bastato? No, perchè già allora la mostra conteneva in nuce alcuni temi fondamentali in grado di suscitare un dibattito fino a formare una controversia culturale come dice Michele Ciavarella nel suo recente articolo per Style Corriere.



Evoluzione concetto chiave della mostra 

La mostra parlava, in sintesi, di tre grandi direttrici di evoluzione:

Evoluzione del concetto di pelliccia che passava da oggetto di potere superbo  a moderno strumento di definizione del sè, alleggerito nel corpo e nello spirito. Lagerfeld e le sorelle Fendi iniziarono un lavoro di sottrazione nella lavorazione delle pelli per ricavarne poliedrici pattern  visibili nelle sezione Mattonelle/Tavolette  introduttive della mostra e ispirate a paesaggi reali o artistici. 

Quest’operazione si condensa nella brandizzazione della doppia “FF” acronimo di Fun Furs (Pellicce Giocose) e non di Fendi, come spesso si pensa. In sintesi, Karl Lagerfeld prendeva ad accettate l’archetipo della veneri in pelliccia tra le pagine dei romanzi decadenti dell’Ottocento e prospettava una dimensione ludica del lusso. 

Evoluzione del racconto di un marchio passando dalla narrazione commerciale ad una narrazione museale. In questo la scelta di un luogo che oggi diremmo iconico come la Gnam fu fondamentale, sebbene anche in questo caso e soprattutto in questo caso si alzarono le barricate della critica. Vedi ad esempio il pezzo apparso su Rinascita, rivista settimanale di Politica e Cultura, firmato da Francesco Moschini – architetto e critico d’arte –  dal titolo Dall’arte povera all’arte ricca. L’articolo che potete leggere qui 

 

Il nuovo modello culturale che sta prendendo corpo pare essere quello che tende a far galleggiare tutto sullo stesso piano, creando atmosfere diffuse, universi indistinti, valori indifferenziati. E tutto ciò trapassa, fatto sintomatico, dall'arte all'architettura, al teatro, giù sino al sistema della moda, quasi a configurare un vero e proprio schieramento unitario da cultura del consenso che trova nello slogan del «made in Italy» il proprio cavallo di battaglia. Il disegno di confondere le acque, proprio mentre su altri fronti si insiste sul recupero della professionalità, ha come fondamento la mancanza assoluta della stessa, un disinvolto dilettantismo culturale ed una propensione all'improvvisazione davvero sorprendenti i cui risultati sono, di solito, una sciatteria diffusa ed una disponibilità a tutto. Francesco Moschini

Oggi i dati Confindustria e UniCredit ricordano la portata strutturale di questa industria: la moda contribuisce per quasi il 5% al PIL italiano, con un export di 37-38 miliardi di euro l’anno generato da oltre 37.000 imprese e più di 370.000 addetti. Come sottolinea Alessandro Fontana, Direttore del Centro Studi di Confindustria, si tratta di un comparto strategico non solo in termini finanziari, ma per la proiezione dell’immagine dell’Italia nel mondo. 

FENDI ALLA GNAM 

Evoluzione dell’organizzazione aziendale

Evoluzione dell’organizzazione aziendale. La mostra racconta la storia di una bottega artigiana che viene traghettata nella modernità dalle cinque figle dei fondatori che si divisero i ruoli aziendali trasformando la conduzione familiare in una moderna impresa con 

  • Anna – progettazione e licenze
  • Carla – strategie commerciali e stampa
  • Franca – acquisti e relazioni con la clientela
  • Alda – atelier e laboratorio di pellicceria
  • Paola – segmento pellicceria e sviluppo creativo

Al punto tale che Karl Lagerfeld le avrebbe poi definite “le cinque dita di una mano“. In questo quasi una rilettura del matriarcato in chiave manageriale, in una Roma che nel suo mito fondativo ha la madre al centro. 




Outfit scintillanti, influencer in posa al tramonto, VIP che atterrano in campi allestiti da staff privato: è l'immagine di Burning Man che circola di più sui social. Ma è anche quella più lontana dal suo cuore originario. Il festival nasce per rifiutare proprio questo — la spettacolarizzazione, il consumo passivo, l'identità ridotta a estetica da esibire. Quando il fashion diventa il modo principale di raccontarlo, si perde il pezzo più interessante: un sistema di valori che ha costruito una delle identità più coerenti al mondo proprio vietando tutto ciò che sembra costruito per essere fotografato.Digita qui il tuo paragrafo


Il valore del processo

Infine l’evoluzione del marchio stesso o meglio la contestualizzazione nelle sue ispirazioni. Dopo sessant’anni ( Fendi nasce nel 1925 con l’apertura da parte di Adele ed Edoardo Fendi  di un negozio di pelletteria e pellicceria in Via del Plebiscito), il brand si fermava, raccontandosi nella pratica e nella teoria.

Quarant’anni dopo c’è bisogno di un nuovo punto nave, questa volta fortemente voluto dalla neo direttrice artistica Maria Grazie Chiuri, nella coerenza del suo percorso professionale dove da Valentino in poi ha sempre portato la sua necessità di far dialogare arte e moda. In realtà per la Chiuri più che un debutto un ritorno dal momento che il suo percorso iniziò proprio in Fendi nel 1989 e dove collaborò con Silvia Venturini Fendi all’iconica borsa Baguette della Maison. Insomma una professionista che conosce l’importanza di avere una visione commerciale per un brand ma che usa, nel senso migliore del termine, la cassa di risonanza di una grande marchio, e la finanza che lo sostiene, per parlare di arte e con l’arte. 

 


Di arte, con l’arte e per l’arte.

Di arte, con l’arte e per l’arte. Ecco, in sintesi, l’impatto di questa mostra.. Camminando per le sale della GNAM tra studenti di moda e appassionati, appare chiaro il senso dell’operazione: di arte, con l’arte e per l’arte.

Ad oltre cent’anni della fondazione, questa mostra forse ancora rimane quel pregiudizio ben sintetizzato dal titolo dell’articolo di “Dall’arte povera all’arte ricca”. Oggi che certa arte è molto ricca e non per colpa della moda. 

Per un approfondimento la pagina della mostra sul sito di Fendi qui.


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