Rijksmuseum, Amsterdam. Photo credits John Lewis Marshall

La Bubble Strategy: dalla demografia alle “bolle curatoriali”

Per superare la rigidità dei dati demografici, la metodologia del Branding Crazy Wall® e la Bubble Strategy — modelli che condivido e applico durante i miei moduli didattici — mappano i pubblici partendo dal nucleo fondante dell’istituzione: l’idea curatoriale.

Ogni “bolla” rappresenta un gruppo di stakeholder agganciato a uno specifico angolo del progetto culturale. Per ciascuna bolla, la strategia definisce Obiettivi e Risultati Chiave (OKR) su cui misurare il reale ingaggio.

Come le grandi istituzioni gestiscono la risonanza curatoriale

Durante le lezioni analizziamo spesso casi di studio internazionali e italiani per comprendere come le istituzioni muovono queste leve:

Museo egizio

1. La Bolla Identitaria e Comunitaria

Trova nel museo il rispecchiamento della storia e del patrimonio locale. È il modello sviluppato dal Museo delle Antichità Egizie di Torino sotto la direzione di Christian Greco, capace di trasformare la ricerca egitologica in una leva di inclusione pubblica e dialogo interculturale per i cittadini.

 

 

TATE MODERN

2. La Bolla Specialistica e Critica

Chiede avanzamento del dibattito scientifico e coraggio espositivo. Un esempio virtuoso è la Tate Modern di Londra, che ha rivoluzionato l’allestimento delle proprie collezioni permanenti organizzandole per temi concettuali anziché per ordine cronologico, ingaggiando la critica e ridefinendo i canoni museologici globali.

 

fondazione prada

3. La Bolla Esperienziale e della Risonanza

Cerca la connessione emotiva e la comprensione della contemporaneità. È l’approccio visibile alla Fondazione Prada a Milano, dove il progetto curatoriale unisce arte, cinema e filosofia offrendo chiavi di lettura multilivello che permettono a visitatori diversi di fruire dello spazio a vari gradi di profondità.

 

 

Quando il museo è quello di un’impresa

Lo stesso schema di fiducia a tre dimensioni non riguarda solo le istituzioni culturali nate per esserlo. Sempre più aziende scoprono di possedere, spesso senza saperlo gestire, un patrimonio equivalente: archivi, prodotti storici, un modo di lavorare tramandato nel tempo. La differenza rispetto al museo “puro” è che qui il patrimonio non serve solo a raccontarsi all’esterno — serve prima di tutto a tenere insieme chi lavora dentro l’organizzazione.

  • Fiducia Curatoriale, versione impresa: la Fondazione Pirelli, che custodisce oltre quattro chilometri di documenti dal 1872 a oggi, non è un ufficio marketing travestito da archivio: è la testimonianza di quella che l’azienda stessa chiama “cultura politecnica” — la capacità storica di tenere insieme sapere tecnico e sensibilità umanistica, riconosciuta anche dalla Soprintendenza archivistica.
  • Fiducia Sociale e Istituzionale, versione impresa: Brunello Cucinelli ha costruito a Solomeo un modello in cui il patrimonio — il borgo restaurato, la scuola dei mestieri, il teatro — non comunica valori: li produce. I dipendenti non ricevono la cultura d’impresa come narrazione, la abitano ogni giorno.

In entrambi i casi il patrimonio funziona come nei musei: se resta un esercizio di immagine, la fiducia si sgretola alla prima verifica interna; se diventa infrastruttura viva, genera coesione e — solo come conseguenza — anche una narrazione esterna credibile.

Il brand come strumento di autonomia e sostenibilità

Un timore ricorrente quando si parla di branding in ambito culturale è la paura di cedere alla mercificazione dell’arte. Durante i miei percorsi di formazione, mostro come in realtà accada esattamente l’opposto.

Un brand forte e radicato su un’infrastruttura di fiducia è il primario strumento di tutela dell’autonomia culturale — vale per un museo quanto per un’azienda con un patrimonio da governare.

Un’istituzione che mappa i propri pubblici e definisce i propri OKR per ciascuna bolla non è costretta a rincorrere l’evento “popolare” per garantire la biglietteria. La sostenibilità economica — come insegna l’esperienza del Rijksmuseum di Amsterdam, capace di unire il sostegno dei grandi mecenati alla ricerca scientifica pura — è il risultato della coerenza di marca, non la sua origine.

 


Una domanda aperta a chi lavora nel settore

Il vero nodo, per chi gestisce un’istituzione culturale — o un’azienda che ha ereditato un patrimonio da custodire — non è tecnico. Non riguarda quale piattaforma usare o quanto investire in comunicazione. Riguarda una scelta più scomoda: accettare che il brand non sia un layer da aggiungere alla fine, ma il modo in cui l’organizzazione ha già deciso, spesso senza dirlo, chi vuole essere e con chi vuole costruire fiducia.

Le tre dimensioni di fiducia — curatoriale, sociale, istituzionale — non sono un modello da applicare a tavolino. Sono una domanda che ogni istituzione, prima o poi, è costretta a porsi: quale delle tre stiamo trascurando, e a quale prezzo?

Non c’è una risposta unica. Ma è una domanda che vale la pena farsi insieme, tra chi ogni giorno prova a tenere insieme rigore, comunità e sostenibilità — nei musei come nelle imprese che un patrimonio ce l’hanno, e ancora non sanno bene cosa farsene.


Scopri di più sulla metodologia delle Bubble Strategy

La metodologia per lavorare sui pubblici della cultura.

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